Impiâ peraulis (Accendere parole) è un ciclo di poesie del 1980, scritto in una varietà del friulano orientale nativo dell’autore, accompagnato dalla traduzione italiana dello stesso Celso Macor.
È un canto accorato, ma del tutto privo di sentimentalismo per l’inarrestabile scomparsa del vecchio mondo contadino friulano, con il suo cosmo di valori morali ed estetici; un processo accelerato dal terribile terremoto del 1976. È anche la resistenza di un intellettuale, a volte scoraggiata, a volte adirata, contro le derive di un nazionalismo cieco, lo sviluppo di un consumismo irrazionale e l’omologazione spietata di ogni differenza culturale ed etnica che minaccia l’identità del Friuli e dei suoi vicini sloveni.
La Società Filologica Friulana ha pubblicato una nuova edizione quadrilingue di questa raccolta poetica (in italiano, friulano, tedesco e sloveno), nata in occasione del centenario della nascita dell’autore e dell’anno culturale europeo condiviso tra Gorizia e Nova Gorica, a lungo separate dalla Cortina di Ferro. Macor non poté più vedere realizzata la sua visione di un dialogo senza frontiere: questo libro è un omaggio alla sua voce.
Mercoledì 12 novembre alle ore 12 il volume verrà presentato a Roma, nella sede di rappresentanza della Regione autonoma Friuli Venezia Giulia in piazza Colonna 355
Interverranno Renate Lunzer (Università di Vienna) e Gabriele Zanello (Università di Udine)
Intermezzi musicali di Giulio Chiandetti (chitarra) e Giorgio Marcossi (flauto traverso)
Ingresso libero
Celso Macor (1925-1998), figlio di un contadino e oste del Friuli, fu giornalista, scrittore, poeta e uomo politico di tempra singolare. Sia con la sua opera letteraria, sia come capo ufficio stampa della città di Gorizia e come pubblicista poliedrico, egli fu tra i pionieri dell’avvicinamento e del dialogo fra tre culture — quella friulana, quella slovena e quella tedesca — in una regione di confine lacerata da due guerre mondiali. Un’etica di convinzione intransigente e una radicale franchezza nel pensare, nello scrivere e nell’agire segnarono il suo confronto con il passato e il futuro di questa terra nel cuore d’Europa, nonché con le vicende della sua gente.
Oltre ai testi legati al paesaggio e alla montagna — Macor fu un esperto alpinista —, parti considerevoli della sua opera si trovano in I fucs di Belen (I fuochi di Beleno), Gorizia 1996, nonché nella Trilogia Isontina a cura di Rienzo Pellegrini e in Svualâ senza slaifs (Volo senza catene), a cura di Gabriele Zanello, Udine 2018.