Lo scorso 7 marzo don Renzo Boscarol, parroco di Ronchi dei Legionari, è ritornato alla Casa del Padre, spirato per i postumi da CoronaVirus.
La sua scomparsa è una grave perdita non solo per l’Arcidiocesi di Gorizia ma per tutta la comunità civile e il mondo culturale del Goriziano.
La Società Filologica Friulana intende onorarne la memoria segnalando il suo articolo
Spiritualità di un popolo: il territorio pubblicato nel 2006 sul numero unico
Monfalcon (lo si può scaricare in formato pdf
cliccando qui) e con le parole di ricordo scritte da Ferruccio Tassin, che pubblichiamo qui di seguito:
Un bisiac bisiac fra i primi nel regno di Dio
Bisiac bisiac; non ripetizione dovuta a dimenticanza. Lui era così, intensamente bisiaco, radicato nella sua terra, fisicamente e culturalmente. Ne dovessero prendere uno a esempio, dovrebbero prendere lui. Non fanatico di identità male intesa. Se c’era uno, al di fuori del recinto, era lui, benché l’ identità bisiaca ce l’avesse cucita addosso come la pelle fatta da mamma. Scattava quando era da scattare; ragionava quando era da ragionare; aveva sentimento senza essere sentimentale, e la testardaggine delle convinzioni radicate per la vita. Giustizia, solidarietà, impegno, lungimiranza; capacità di sopportare le persone moleste, nonostante quella di mandarle “a quel paese”, senza mai lasciar perdere qualcuno, erano qualità possedute in dose massima. Non tutte le decisioni dei suoi superiori sono state cogliendo nel segno; quella di farlo parroco di Ronchi dei Legionari sì, come quella di non farlo monsignore: al “rosso” non ci teneva, se non al sapido vino nostrano di quel colore, bevuto con gusto e moderazione. A Ronchi, e nel “Territorio”, nuotava come pesce nell’acqua; era il suo ambiente di elezione, in consonanza con tutti: quelli della sua parte e gli “altri”, mai avvertiti come nemici, ma gente che la pensava in altro modo, da rispettare, caso mai, quando era necessità, da contrastare con argomenti validi per logica e coscienza .La carità gli era sorella, non esibita, praticata nel silenzio; non teorica, accompagnata alla borsa della spesa che portava senza suonare la tromba, convinto di non fare l’eroe, ma di mettersi appena appena sulla strada che il Signore indicherebbe a ogni uomo. Così viveva la quotidianità in convinzione serena e nella bisiaca testardaggine che fosse dovere da perseguire senza tentennamenti. Così, da responsabile della pastorale del lavoro, levava la voce per difendere i più disgraziati, quelli che la nostra società fa finta di non vedere e sfrutta, magari lasciandoli in brache di tela quando si trattava di rispettarne i diritti. Lui no: gridava e agiva; gridava e agiva, forse inascoltato dagli uomini, ma certamente accantonando tesori per l’altro mondo. Ringhioso e dolce; deciso e carezzevole: racchiudeva in sé tutte le antinomie che un vero uomo potesse avere. Ed era anche uomo di una cultura, veicolata dal suo saper scrivere, che diventava mezzo di giustizia, non di autocompiacimento. Qua, lutto spaventoso per averlo perso, ma “Dilà” festa grande per averlo fatto entrare in quella parte di eternità conquistata con le buone opere di una vita, coerente, mai spesa invano, fin nell’ultima fibra.
Ricorderemo Don Renzo, che aveva colto lo spirito della sua gente, fratello dei poveri su questa terra, fra i primi nel regno di Dio!
Ferruccio Tassin